Sostenibilità e qualità per mantenere il primato del settore agroalimentare

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Il settore agroalimentare italiano, conosciuto in tutto il mondo per la superiore qualità dell’offerta, è uno dei comparti trainanti del nostro Paese. Nell’ultimo triennio, il fatturato complessivo è aumentato passando da 133€ miliardi nel 2016 (dati ISTAT) a 137 nel 2017 e 140 nel 2018 (dati Federalimentari) diventando il primo settore manufatturiero italiano. Nel contesto Europeo, l’Italia è al secondo posto, dopo la Francia, per numero di imprese, terzo per numero di occupati e quinto per valore aggiunto generato. Per mantenere e migliorare le performance raggiunte nell’ultimo periodo, urge un’attenta analisi e un monitoraggio dei trend globali che potrebbero avere impatti sulla competitività delle nostre imprese.

 

 

Cosa potrebbe penalizzare il settore agroalimentare italiano in futuro?

Ciò che spaventa di più nel breve termine sono i dazi introdotti ad ottobre 2019 dall’amministrazione Trump che rappresentano un duro colpo per le eccellenze italiane. Il segmento che potrebbe soffrire maggiormente è quello lattiero caseario, a cui si aggiungono liquori, bevande, insaccati che pagheranno una tassa all’ingresso che oscilla tra il 10 ed il 25%. A questo si aggiunge la crescente paura che possano entrare nella “blacklist” redatta dalla U.S Trade Representative nuovi prodotti come vino, pasta e olio. Paura che sembra essere scongiurata dopo la revisione della lista di febbraio che non ha avuto conseguenze negative per gli altri prodotti del Made in Italy. Restano comunque preoccupazioni legate all’imprevedibilità dell’amministrazione Trump e all’andamento delle nostre eccellenze dopo l’applicazione dei dazi. Gli Stati Uniti, infatti, rappresentano il maggiore importatore di prodotti italiani fuori dall’UE e un ulteriore inasprimento dei dazi potrebbe provocare maggiori danni al settore.

Nel lungo termine, invece, preoccupano:

  • le dimensioni delle imprese italiane che caratterizzano il comparto agroalimentare. Le attenzioni del consumatore moderno relative alla sostenibilità e alla dannosità del prodotto richiedono investimenti rilevanti nell’innovazione. Investimenti che difficilmente vengono sostenuti da imprese di piccole dimensioni;
  • a questo si aggiunge la scarsa capacità produttiva delle piccole imprese nel far fronte ad un aumento della domanda. Le imprese di grandi dimensioni, di contro, presentano una visione strategica ed una cultura manageriale più robusta e sono in grado di destinare maggiori risorse alle campagne di marketing volte a valorizzare il prodotto.

 

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Qualità e diversificazione come vantaggio competitivo

Il settore agroalimentare italiano può contare su un elemento che lo differenzia da quello dei concorrenti: la qualità organica dei prodotti. I nostri prodotti si collocano come alta gamma nei mercati internazionali grazie ad una combinazione di diversi fattori come le proprietà organolettiche, il territorio, il know-how ma anche la fama di cui il nostro paese gode per quanto riguarda il mangiar bene e sano. Una ricerca di Fondazione Symbola insieme a Unioncamere e Fondazione Edison afferma che l’Italia è il paese con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici: lo 0,5%, quota inferiore di quasi 3,2 volte rispetto alla media europea (1,6%). Il nostro Paese vanta anche il maggior numero di certificazioni Europee DOP e IGP, sia nel comparto food che nel wine.

Un fattore di notevole importanza per il nostro settore agroalimentare è la diversificazione, intesa non solo come produzione, ma anche a livello aziendale. Il rapporto ISMEA sulla competitività dell’agroalimentare italiano del 2018 mostra come valore delle attività secondarie e dei servizi in Italia incida rispettivamente del 8,2% e del 8,8% sulla produzione agricola totale. La media europea è rispettivamente del 3,8% e del 4,8%.

 

 

L’agroalimentare: fiore all’occhiello del Made in Italy

Tali fattori si traducono in una maggiore disponibilità a pagare rispetto ai prodotti dei nostri concorrenti. Il risultato è che nel 2019, le esportazioni italiane di prodotti agroalimentari hanno toccato 44,6 miliardi di euro, in aumento del 5,3% rispetto l’anno precedente. È questo ciò che emerge dal rapporto “La bilancia agroalimentare nazionale nel 2019” di ISMEA.

Il principale mercato di destinazione dei prodotti agroalimentari italiani sono:

1.  l’Unione Europea, con 28,4 miliardi di euro nel 2019 (+2,6% sul 2018), in particolare Germania e Francia. All’interno del continente, i comparti che hanno registrato maggiori incrementi sono quelli dei cereali e derivati (prodotti della panetteria, pasticceria e biscotteria oltre alle paste alimentari) e latte e derivati. Al di fuori dell’Unione, le esportazioni sono cresciute a ritmi ancora più elevati (+12,7%) attestandosi a circa 16,2 miliardi di euro;

2.  di notevole importanza sono gli incrementi registrati in Giappone (+66,1%, per 1,9 miliardi di euro), in particolare l’esportazione di tabacchi, vini e paste alimentari,  segno che l’Economic Partnership Agreement (Epa) tra UE e la penisola nipponica, entrato in vigore il 1° febbraio 2019, ha dato i suoi frutti;

3.  nonostante le preoccupazioni già accennate riguardo i dazi, anche le esportazioni verso gli USA crescono (+11,1%, circa 4,6 miliardi di euro). In particolare, quelle di vini spumanti, fermi e frizzanti, paste alimentari prodotti di panetteria, pasticceria e biscotteria. In aumento risultano anche tutti i tipi di formaggio (fresco e stagionato) nonostante siano stati oggetto di dazi imposti dal governo statunitense;

4.  infine, risultati positivi provengono anche da Emirati Arabi Uniti (+24,5%, per 317 milioni di euro) e Arabia Saudita (+23,9%, per 319 milioni di euro) grazie alle esportazioni di mele, formaggi stagionati e il comparto di cereali e derivati.

Le previsioni dell’export per il triennio 2019-2022 sono presenti nel nostro Focus On.

 

 

 

La sostenibilità e la qualità sono le principali sfide del settore

Le tendenze demografiche ed economiche stanno modificando i modelli di consumo sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Il monitoraggio di tali tendenze sarà cruciale per le imprese italiane se vorranno avere un ruolo di primaria importanza nello scenario agroalimentare futuro. La contrazione dei consumi interni e dei paesi sviluppati, i cambiamenti climatici, la crescita demografica dei paesi emergenti e le richieste sempre più sofisticate dei consumatori modificano la domanda e rendono necessaria la modifica dell’offerta.

Uno dei temi principali del settore è la qualità dei prodotti. Qualità che ormai ingloba diversi concetti come “salute e benessere”, “sicurezza”, “praticità” ma anche “valore esperienziale e sostenibilità”. Non a caso il numero di startup internazionali dell’agroalimentare che perseguono obiettivi di sostenibilità è aumentato a dismisura negli ultimi anni: ben 835 nel quinquennio 2013-2018, secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability, con l’Italia che si presenta leggermente indietro rispetto la media degli altri paesi. Gli obiettivi più apprezzati al momento sono:

  • lotta alla fame
  • sistemi di produzione e consumo più responsabili
  • utilizzo efficiente dell’acqua
  • lotta allo spreco di cibo

 

L’integrazione per rispondere alle nuove sfide

Per fare fronte a questi fenomeni è di vitale importanza che le forze produttive, quelle politiche e gli attori sociali trovino coesione attraverso un’integrazione verticale tra agricoltura e industria. Se si vuole garantire qualità, sicurezza, sostenibilità e far fronte ai nuovi livelli di domanda internazionale, tutte le fasi della filiera devono comunicare ed interagire tra di loro (qui le nuove tecnologie come la blockchain, potrebbero rappresentare un punto di svolta per la questione tracciabilità). Allo stesso tempo, la filiera garantisce anche prezzi stabili e remunerativi per la produzione agricola e per il consumatore. La mancanza di una filiera unita, invece, disperde risorse e porta un messaggio non omogeneo del made in Italy che da questo potrebbe trarne maggiori benefici.  

 

 

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